L’ordinamento italiano oggi non guarda più allo sport delle ragazze e dei ragazzi solo in chiave di performance o di risultato, ma come strumento di benessere complessivo, fisico e mentale. La normativa di riforma dello sport (D.Lgs. 36/2021) riconosce, infatti, che la pratica sportiva debba promuovere la salute, la qualità della vita e lo sviluppo armonico della persona, soprattutto quando si parla di minori. Per gli adolescenti, questo tema è ancora più delicato: i dati sanitari più recenti mostrano un aumento significativo di ansia e depressione nei più giovani, con particolare vulnerabilità proprio delle ragazze, che manifestano più sintomi ansiosi e depressivi e maggiore difficoltà nel comunicare con i genitori. In questo contesto, l’ambiente sportivo può essere un potente fattore di protezione… oppure, se gestito male, una fonte aggiuntiva di stress. Sulla base di questi presupposti abbiamo pensato di illustrare brevemente i diritti fondamentali della giovane e del giovane atleta. La riforma dello sport prevede specifiche tutele per i minori che svolgono attività sportiva, imponendo a società e associazioni sportive di proteggere i giovani da abusi e violenze e di salvaguardarne l’integrità fisica e morale. Le società devono adottare misure organizzative e informative idonee e designare un Responsabile della protezione dei minori, con compiti di prevenzione e contrasto di ogni forma di abuso, e di protezione dell’integrità fisica e psicologica degli atleti. Questo si traduce, per le nostre atlete, in un vero e proprio diritto a fare pallavolo in un ambiente protetto, dove: Le linee evolutive del diritto sportivo e delle politiche pubbliche sullo sport minorile valorizzano la funzione educativa e sociale dello sport, sottolineando la necessità di evitare forme di iperspecializzazione precoce, pressioni eccessive e modelli che minano l’autostima dei giovani. L’atleta, soprattutto minorenne, ha quindi diritto, anche sul piano giuridico‑educativo, a: Tutto questo soprattutto alla luce del fatto che l’eccesso di pressioni è, tra l’altro, una delle cause riconosciute dell’abbandono sportivo giovanile e della perdita dei benefici psicologici dello sport. L’art. 16 del D.Lgs. 36/2021 stabilisce che il tesseramento sportivo del minore deve avvenire tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del minore, e prevede che dal compimento dei 12 anni si acquisisca il consenso del minore stesso. Questo è un passaggio chiave: significa che, almeno dai 12 anni in poi, la ragazza non è più “oggetto” di decisioni altrui, ma soggetto che deve essere coinvolto nelle scelte che la riguardano. Il diritto del minore ad essere ascoltato nelle decisioni che lo riguardano è ormai un principio consolidato nel nostro ordinamento, anche grazie alla legislazione civile e alla giurisprudenza in materia familiare. Applicato allo sport, questo comporta che la scelta se continuare, cambiare squadra o ridurre l’impegno va discussa con l’atleta, non solo tra adulti e il suo punto di vista sul clima in squadra, sul rapporto con l’allenatore e sui carichi di allenamento merita considerazione reale, non solo formale. La giurisprudenza penale considera lo stato di ansia o paura un vero e proprio evento di danno psichico, valutabile sulla base di comportamenti sintomatici e della concreta idoneità delle condotte a generare turbamento psicologico nella vittima (Cass. pen., Sez. V, Sent. 04/07/2018, n. 30116). Traslando questo principio nel contesto sportivo minorile, è chiaro che società e adulti di riferimento devono organizzare l’attività in modo da non determinare un abituale stato di grave ansia o paura nella ragazza. Le principali fonti internazionali e nazionali sulla funzione educativa dello sport ricordano che attività fisica e sport dovrebbero contribuire a ridurre stress, ansia e depressione e ad aumentare autostima, autoefficacia e senso di competenza. Se l’esperienza sportiva produce il contrario (paura costante dell’errore, terrore di deludere, pianto frequente prima o dopo l’allenamento), il progetto educativo‑sportivo è in rotta di collisione con la sua funzione riconosciuta a livello giuridico e sanitario. Nel contesto descritto svolgono un ruolo fondamentale i genitori, da un lato, e la società insieme agli allenatori, dall’altra e per tale ragione il legislatore attribuisce a famiglie e società sportive un ruolo cruciale nel garantire un ambiente sano e sicuro ai giovani atleti, non solo sotto il profilo fisico, ma anche psicologico. Pressioni fisiologiche/positive, es.: Pressioni dannose, es.: Gli studi medici sulla “triade dell’atleta femminile” mostrano come, nelle giovani sportive, squilibri energetici e pressioni su peso, corpo e prestazione possano condurre, oltre a gravi conseguenze fisiche, anche a bassa autostima, ansia e depressione. In pallavolo, dove il corpo è esposto e spesso oggetto di giudizio, la sensibilità su questi aspetti deve essere massima. L’art. 33 del D.Lgs. 36/2021 prevede che, nel rispetto anche della normativa generale sul lavoro dei minori, un decreto attuativo introduca specifiche disposizioni a tutela della salute e della sicurezza dei minori che svolgono attività sportiva, imponendo alle società, tra l’altro, l’obbligo di nominare un Responsabile della protezione dei minori e di adottare adempimenti informativi e organizzativi idonei alla prevenzione di abusi e alla protezione dell’integrità fisica e morale dei giovani sportivi. La dottrina conferma che questa figura è pensata proprio come presidio a tutela contro ogni forma di abuso e violenza, anche psicologica. Per una squadra di pallavolo under 16, questo implica: La letteratura sul diritto sportivo e sulla responsabilità degli istruttori ricorda che la mancata predisposizione delle cautele richieste e l’omessa vigilanza, soprattutto sui minori, possono rilevare anche sotto il profilo della responsabilità civile o disciplinare. Il quadro normativo attuale, dalla riforma dello sport alle politiche pubbliche su adolescenza e benessere, convergono su un messaggio chiaro: lo sport delle ragazze e dei ragazzi under 16 deve essere progettato e gestito come spazio di crescita, salute e inclusione, non come luogo di ansia, paura o sacrificio identitario. 1. Diritto a praticare sport in un ambiente sano e sicuro.
2. Diritto a non subire pressioni eccessive
3. Diritto ad essere ascoltata
4. Diritto a vivere lo sport senza ansia o paura
I genitori e la società
Il ruolo dei genitori deve concretizzarsi in quello di alleati del ragazzo e della ragazza e non dei risultati e questo nello specifico significa: - sostenere la pratica sportiva come spazio di benessere e non come “investimento” da far fruttare a tutti i costi; - vigilare sulle condizioni in cui la ragazza si allena e gioca, intervenendo quando si riscontrano modalità lesive della sua dignità o serenità; - rispettare il suo diritto ad essere ascoltata nelle scelte sportive, in coerenza con l’età e la maturità.
La normativa e la dottrina sul nuovo lavoro sportivo insistono sulla necessità di garantire ai giovani un ambiente sano, che protegga la loro integrità fisica e morale. In quest’ottica, si possono distinguere:La pallavolo come spazio di crescita, non di paura
In questa prospettiva, e nel nostro specifico contesto, accompagnare una figlia nella pallavolo significa difendere il suo diritto a crescere sana e felice, utilizzando lo sport come alleato del suo benessere psicologico, e non come ulteriore fonte di stress.